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La validità dei tests psicologici nella Consulenza tecnica

In una Consulenza tecnica eseguita da un Perito nominato dal Giudice per esplorare quesiti peritali pertinenti l'affido di minori, per esempio, o lo stato psicologico di minori in situazioni familiari difficili, separazioni altamente conflittuali, dove si sospetti l'abuso fisico e/o psicologico e/o sessuale su minori, spesso verranno usati i test psicologi somministrati sui minori, e sui genitori o in generale sugli adulti a cui i minori sono affidati.


Tests psicologici validati


Ma un Perito puo usare qualsiasi tipo di tests psicologico? La risposta è No.

Infatti il Perito, per condurre una Consulenza tecnica rigorosa deve usare esclusivamente tests psicologici validati.

Spiegheremo ai lettori cosa si intende per test psicologico validato.


Quando si parla dei requisiti di un test, si mette sempre al primo posto la “validità”:


un test è valido se effettivamente misura quel che si propone di misurare.  (Garrett, 1937)

Questa vecchia definizione di validità di Garrett è facilmente memorizzabile, ma generica.


Cerchiamo quindi di chiarire il concetto di validità determinandolo concettualmente. I test sono strumenti per la misurazione di variabili psicologiche. In quanto strumenti di misura si esige da loro che:

a. sia nota qual è la variabile psicologica che misurano;

b. siano molto sensibili alla variabile che sono destinati a misurare, cogliendone tutte le modalità e le gradazioni d’intensità;

c. non siano sensibili a nessun’altra variabile se non a quella che sono destinati a misurare.

In altri termini, una volta stabilita la variabile psicologica da misurare (a), la misura risultante dal test deve essere “chiara” (b) e “distinta” (c), secondo le etichette della logica cartesiana.

Fin qui, come si vede, non sono implicite elaborazioni statistiche: è soltanto una questione di logica.


I problemi metrologici più seri derivano dal fatto che le variabili psicologiche che i test si propongono di misurare sono concetti astratti, complessi, definiti spesso in termini qualitativi, soggettivi, vaghi, poco operativi.

Con riferimento a variabili sommariamente definite il problema della validità si pone anzitutto come un problema di ridefinizione della variabile in termini operativi.


Abbiamo difatti già sottolineato che un test o questionario psicologico consiste in una misurazione obiettiva e standardizzata di un campione di comportamento.

Ma affinché la misurazione sia standardizzata sono indispensabili l’uniformità di procedura nella somministrazione del test ai soggetti e la determinazione di norme statistiche in riferimento alle prestazioni normali o medie di un ampio campione che deve essere rappresentativo dei soggetti a cui il test verrà destinato.


Dobbiamo, inoltre, ricordare sempre che il valore diagnostico e predittivo di un test dipende anche dal grado di rappresentatività del campione in questione. Ma perché tale misura sia obiettiva essa deve anche essere attendibile e valida. Infatti, l’attendibilità di una misura psicologica è una condizione necessaria ma non sufficiente perché essa possa essere considerata valida, cioè idonea a valutare la specifica caratteristica psicologica per cui essa è stata costruita (Mucciarelli, Chattat, Celani, 2002).


La validità è quindi la caratteristica centrale di un test ed è, di conseguenza, il criterio in base al quale è lecito giustificare il suo utilizzo e l’interpretazione dei risultati che ne scaturiscono. Per questo, quando ci si chiede se un test o un questionario è valido ci si domanda se misura effettivamente la variabile concettuale che intende misurare; ad esempio, i test di livello intellettuale misurano effettivamente questo livello o piuttosto misurano variabili sottostanti di tipo diverso, come abilità verbali, ragionamento logico, memoria ecc.?


In sintesi, si può affermare che:

a. un test è valido nella misura in cui è chiaro il significato – teorico e pratico - della variabile (o delle variabili) che esso misura;

b. l’enunciato verbale con cui viene designata una variabile psicologica (per esempio intelligenza, introversione, capacità di lettura), ha significato se, e soltanto se, si può definire in concreto un metodo di verifica (o di “falsificazione”) che ragionevolmente induca a considerare quell’attributo vero o falso in rapporto a una serie preventivamente descritta e pianificata di osservazioni compiute in condizioni date. In altri termini, una proposizione quale “Il test X dà una misura di introversione” ha significato se, e soltanto se, si può definire in concreto quali osservazioni, in quali circostanze, noi riterremo ragionevolmente prove valide della verità della nostra affermazione o, viceversa, prove della sua falsità.


In conclusione, possiamo affermare che la validità non può essere considerata un concetto univoco; essa è multidimensionale, cioè si articola in vari aspetti (validità di facciata, validità di contenuto, validità di costrutto, validità rispetto a un criterio) ed è indipendente dal modello teorico utilizzato per costruire il test.



Consulenza tecnica

Validità a priori e validità a posteriori


Secondo la classificazione proposta dall’American Psychological Association (APA, 1954), è possibile distinguere quattro tipologie di validità, contribuenti alla validità complessiva del test:

a. validità di facciata: indica l’adeguatezza dei singoli item rispetto alla caratteristica psicologica;

b. validità di contenuto: si riferisce alla qualità del contenuto dello strumento ovvero a quanto gli item che compongono il test sono rappresentativi dell’insieme di contenuti di cui il test stesso è un campione;

c. validità di costrutto: definita come il grado con cui un test misura il concetto teorico che è alla base della costruzione dello strumento;

d. validità rispetto a un criterio: si realizza quando è soddisfatta la relazione teorica fra il test e una o più misure o osservazioni, definite appunto criteri.

Le prime tre sono basate sull’analisi del contenuto, mentre la quarta si fonda sulla correlazione con un criterio (Cronbach, 1990).


Operativamente, vi sono due modalità principali per determinare la validità di un test: attraverso l’esame del contenuto e per mezzo di correlazioni dei risultati con altre misure. Questo determina una ulteriore differenziazione della validità: la validità a priori, che sostanzialmente prescinde dalla somministrazione del test e che include gli studi sulla validità di contenuto; e la validità a posteriori, così definita perché si basa su risultati sperimentali, come nella validità di costrutto, oppure in quanto basata sulla concordanza tra i risultati ottenuti dagli stessi soggetti nel test e nella misuracriterio, come nel caso della validità rispetto a un criterio. La validità a priori prescinde dalla somministrazione del test in quanto va verificata prima dell’applicazione dello stesso. Una volta definita la caratteristica che il test si propone di misurare e il metodo che verrà seguito per la quantificazione dei risultati, vanno scelti gli stimoli e fissate le modalità di risposta.


Sia gli stimoli sia le modalità di risposta debbono ovviamente essere appropriati alla caratteristica da misurare: se si vuole misurare la creatività le risposte dovranno necessariamente essere aperte, se si vuole misurare la capacità di risolvere problemi sono più vantaggiose le alternative chiuse con una sola riposta alfa, se si vuole misurare un tratto di personalità probabilmente il modello di risposta più adatto sono le risposte ad alternative chiuse disposte lungo una scala che rispecchia il continuum soggiacente alle differenze individuali. La scelta del tipo di risposta è molto connessa con i problemi relativi alla rispondenza del test alle esigenze pratiche.


Gli stimoli devono essere scelti o realizzati in modo che attivino soltanto risposte attinenti alla caratteristica da misurare. Per esempio, se in un questionario psicopatologico ci sono domande che contengono vocaboli difficili, le persone meno colte potrebbero dare la risposta alfa (e quindi sembrare psicopatologici anche se non lo sono) semplicemente perché hanno frainteso la parola difficile. Analogamente, se lo stimolo è una figura e ci si aspettano risposte alfa in rapporto a un particolare dettaglio, bisogna che quel dettaglio non presenti problemi percettivi, altrimenti non si può sapere se le risposte alfa mancano perché è assente la caratteristica o perché è stata assente la percezione. Tutti questi problemi devono essere affrontati, per economia di lavoro, già prima di sottoporre il test ai soggetti. Di solito, vengono esaminati e discussi all’interno del gruppo di esperti che costruisce il test. Nei test costruiti con particolare cura vengono anche consultati esperti esterni al gruppo dei costruttori e vengono fatti controlli preliminari su piccoli campioni di soggetti (try out). L’insieme di questi controlli riguarda la validità di contenuto del test, che è un tipo di validità esaminata a priori, cioè quando ancora non si conoscono le risposte dei soggetti a quegli stimoli. Una volta preparati gli stimoli, comincia la validazione esterna del test, mediante la raccolta di risposte (Figura 1) che consentiranno di dire quanto il test è una buona misura della caratteristica che vuole misurare. Questi procedimenti sono definiti controlli a posteriori perché vengono fatti dopo (post) la somministrazione del test.


Il primo problema è scegliere il campione o i campioni su cui compiere i controlli. La maggior parte dei test non sono stati validati su campioni stocastici né rigorosamente casuali, che darebbero le migliori garanzie di generalizzabilità e stabilità degli studi, in quanto questi tipi di campionatura comportano costi molto elevati e tempi più lunghi rispetto alle “campionature di comodo”.

Ci si aspetta però che le campionature di comodo siano accuratamente descritte, in modo da poter interpretare i risultati.


Le caratteristiche dei campioni confinano la validità degli studi entro limiti di tempo e di spazio: se un test è stato validato cinquant’anni fa negli USA non possiamo presumere, in assenza di studi italiani recenti che ne confermino le qualità, che sia altrettanto valido oggi in Italia. Gli studi di validità hanno come premessa gli studi sull’attendibilità, cioè le garanzie che le misure fornite sono stabili anche se cambiano gli operatori, se passa un po’ di tempo, se si usa l’una o l’altra delle forme alternative di un test. Una volta accertato che la misura è stabile, si cerca di chiarire se misura effettivamente quello che ci si proponeva. Gli accertamenti possono includere confronti con test già noti, studi sulla predittività, confronti tra campioni di soggetti diversamente caratterizzati (per esempio “normali” e “patologici”), esperimenti appositamente progettati o analisi statistiche multivariate. Tutti questi studi fanno luce sul costrutto misurato dal test, cioè sull’insieme di caratteristiche misurate e sui rapporti all’interno di questo insieme.


Fattori concorrenti alla validità dei tests psicologici


La validità di un test può essere interpretata, nell’insieme, come distanza fra il punteggio ottenuto da un soggetto (Xo) e il punteggio “vero”, puramente “teorico” (Xt), che colloca il soggetto in un punto particolare del continuum ideale raffigurante la variabile che il test si propone di misurare.


In un test perfettamente valido Xo = Xt. Se Xo ≠ Xt la differenza può essere dovuta sia a fluttuazioni casuali (dipendenti dall’umore del giorno, dall’influsso di caratteristiche peculiari di un somministratore, ecc.) sia a distorsioni sistematiche: per esempio, i risultati di un test di profitto in matematica potrebbero dipendere in misura significativa non solo dalla padronanza della matematica, ma anche dall’abilità verbale implicata nella lettura dei problemi e dall’abilità percettiva implicata nell’elaborazione di figure geometriche; i risultati di un questionario di nevroticismo potrebbero dipendere non solo dal livello di nevroticismo di chi risponde ma anche da tendenze individuali a rispondere sì a qualsiasi domanda, ecc.


Le fluttuazioni casuali delle misure vengono controllate nell’ambito dell’esame dell’attendibilità. Le distorsioni sistematiche vengono in genere considerate difetti di validità in senso proprio e controllate mediante l’esame della validità di contenuto, dell’utilità diagnostica e predittiva e con l’insieme delle strategie usate per verificare la validità del costrutto. Si dice che un test è “validato” quando la differenza fra la misura da esso prodotta (Xo) e la misura “vera”, ovvero puramente teorica (Xt), è nota ed è considerata tollerabile in rapporto all’uso che si vuole fare di quel test.


Il fatto che sia stato validato psicometricamente non garantisce però che i risultati del test siano “validi”, accettabili, in qualsiasi condizione, né che un test sia validato “per sempre” (Angoff, 1988).

Tale caratteristica metrologica non è difatti fissata una volta per tutte con la pubblicazione del manuale del test; ma il continuo utilizzo dello strumento permette un aggiornamento e un miglioramento dei criteri di validità.

Nel manuale del test l’autore pubblica gli studi e i controlli effettuati sulla validità che dimostrino l’efficacia dello strumento in diverse condizioni di somministrazione e per soggetti caratterizzati da aspetti anagrafici e socioeconomici differenti, indicando per quali tipi di soggetti e in quali circostanze il test può fornire risultati validi.


Qualora sia nell’interesse dell’esaminatore utilizzare lo strumento al di fuori del setting previsto, somministrarlo a persone appartenenti a un campione dalle caratteristiche diverse o modificare per qualsivoglia scopo il formato, le istruzioni, la lingua, il tempo o l’item, egli dovrà sempre ricalcolare la validità dello strumento; tali validazioni locali forniscono un esempio della dinamicità del concetto cui si è precedentemente accennato.


Nello specifico, i controlli sulla validità metrica di un test non includono:

a. problemi riguardanti l’appropriatezza del test a usi pratici specifici e in particolare non includono una discussione delle potenziali conseguenze individuali e sociali dell’uso di un particolare test (Messick, 1965, 1980);

b. l’interpretazione dei risultati di un test, o di un gruppo di test, data dagli operatori, la cui validità come interpreti può essere solo garantita da un’adeguata formazione professionale.


Una volta appurata la validità di un test, è opportuno considerare attentamente un altro fattore prima di scegliere un test specifico e cioè la rispondenza del test alle esigenze pratiche. Lo psicologo che decide di utilizzare un determinato test invece di un altro strumento, di solito lo fa anche perché il test offre vantaggi pratici ed economici.


Per massimizzare i vantaggi bisogna innanzitutto assicurarsi che il test sia appropriato ai soggetti a cui è destinato: per esempio, che sia scritto in un linguaggio semplice se deve essere utilizzato con persone di modesta cultura, che gli stimoli siano attraenti per il tipo di persone a cui è rivolto, e così via.

Non deve poi porre problemi etici o deontologici (che si trasformano facilmente anche in problemi legali): per esempio non deve contenere quesiti su opinioni religiose o politiche, deve dare garanzia di produrre risultati equi e così via. Lo psicologo deve ricordare che risponde personalmente di questi problemi.


Bisogna infine valutare l’impatto economico del suo impiego, quanto tempo richiede la somministrazione e l’attribuzione del punteggio. Se le caratteristiche dei soggetti consentono la somministrazione collettiva, questa modalità riduce enormemente i costi rispetto alla somministrazione individuale.


Adesso sono anche frequenti i sussidi informatici che semplificano il lavoro dello psicologo. Vale la pena chiedersi se ci sono, quanto costano e se ne è stata verificata la validità nella fase in cui si scelgono gli strumenti, perché anche da questi elementi dipende l’efficienza e la validità del proprio lavoro.


Bibliografia scientifica di riferimento sul concetto di Tests psicologici validati in uso nella Consulenza tecnica

  • Angoff W.H. (1988). Validity: an Evolving Concept, in Weiner & Braun (1988), pp. 19-32.

  • APA (AMERICAN PSYCHOLOGICAL ASSOCIATION) (1954). Technical Recommendations for Psychological Tests and Diagnostic Techniques, Psychological Bulletin, 51, supplement, pp. 215-16.

  • Boncori L. (1993). Teoria e tecniche dei test, Boringhieri, Torino.

  • Cronbach, L.J. (1990). Essentials of Psychological Testing, Harper Collins, New York.

  • Garrett H.E. (1937). Statistics in Psychology and Education, Longmans & Green, New York.

  • Lewis, C. (1986). Test Theory and Psychometrika: the Past Twentyfive Years, Psychometrika, 51, pp. 11-22.

  • McBurney, D.H. (1994). Metodologia della ricerca in psicologia, Il Mulino, Bologna.

  • Messick S. (1965). Personality Measurement and the Ethics of Assessment, Am. Psychol., 20, pp. 136-42.

  • Messick S. (1980). Test Validity and the Ethics of Assessment, Am. Psychol., 35, pp. 1012-27.

  • Mucciarelli G., Chattat R., Celani G. (2002). Teoria e pratica dei test, Piccin, Padova.

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